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Il Nuovo Dittatore - Una distopia politica

In un'Italia impoverita, caotica e instabile, Giulio Marciani crede che la democrazia abbia fallito, e che l'unico modo per risolvere i problemi del Paese sia la creazione di una nuova dittatura, modellata sul neoautoritarismo di nazioni come la Russia, la Cina e Singapore. Egli costruirà uno Stato moderno e ricco, in cui i cittadini impareranno ad obbedire, e a rinunciare alla propria libertà in cambio del benessere. Nasce così un assolutismo illuminato, fatto di materialismo, paranoia, e compromessi morali. "Il nuovo dittatore" è un romanzo distopico sulla crisi della democrazia occidentale, e sulle possibilità del futuro.



Prologo

Con calma il Presidente si avvicinò ai prigionieri, le cui braccia e gambe erano incatenate al vecchio muro scrostato ed umido. Fissava lo sguardo sui loro volti impauriti, spossati da giorni di fame e privazioni, sudati, sudici, pallidi. Il terrore li faceva tremare come gatti infreddoliti, bagnati dalla pioggia. Li osservava con un’espressione dilettata, quasi come se vederli in quello stato gli desse piacere.

Dentro di lui forse rimaneva un po’ della pietà e della dolcezza della gioventù. Ma nel corso di anni pieni di umiliazioni, soprusi e fallimenti, lui l’aveva, con perseveranza e pazienza, quasi del tutto rimossa. L’uomo che ha toccato il baratro della propria esistenza non ha più rispetto per sé stesso, e di conseguenza non ne ha per il suo prossimo.

Si fermò di fronte ad Umberto Salvoldi, il capo della Lega delle Libertà, il cui volto emaciato e il fisico osseo lo rendevano quasi irriconoscibile. Quante volte lo aveva visto in televisione e nei comizi, agitando le mani, puntando il dito verso le telecamere, insultando i suoi rivali, minacciando di fare la secessione. Lo guardò dritto negli occhi e disse:

“Volevi la dittatura? Amavi i dittatori stranieri? Ti facevi pagare da loro i viaggi, e non perdevi occasione di fargli i complimenti? E dicevi che noi, in Italia, eravamo una dittatura?” Un lieve sorriso gli distorse le labbra. “Adesso capirai che cosa vuol dire dittatura.”

Poi si diresse verso Alessia Benitoli, una donna che da anni faceva carriera vituperando tutti i suoi avversari politici, gridandogli in faccia tanto da non farli parlare. Il Presidente aveva avuto due incontri televisivi con Benitoli. Lei lo aveva offeso, lo aveva chiamato “mafioso”, si era alzata e gli si era seduta sulle gambe. Lui non sapeva cosa fare. Era consapevole di aver fatto una delle peggiori figuracce della storia politica del Paese. Tornato a casa, gli era venuto il mal di testa dalla rabbia che provava per quell’episodio.

Gli italiani, lui pensava, erano incapaci di autogoverno. Litigiosi, proni alla teatralità, alla faida, incapaci di osservare le regole del decoro. Non che tutti fossero così. Ma coloro che lo erano, alzavano sempre la voce e si facevano notare più degli onesti i quali, timidi e tranquilli, subivano i soprusi in silenzio. Lui si identificava con i deboli, perché per quarant’anni era stato uno di loro. Deriso, attaccato, e dimenticato dai potenti. Desiderava l’autorità che gli era stato negata, e la voleva per potersi vendicare, per dare una lezione a chi aveva rovinato l’Italia.

Gli occhi della Benitoli, un tempo fieri e bellicosi, erano supplichevoli e spaventati.

“Dov’è finita la tua foga?” disse il Presidente. “Perché non mi insulti adesso? Tu e i tuoi amici volevate la dittatura? L’avete chiesta voi. Per anni avete attaccato la democrazia, avete detto oscenità, avete calpestato i diritti dei cittadini. E adesso che ce l’avete, la dittatura, piangete perché si ritorce contro di voi. E spetta a me l’onere di farmi carico di questi peccati, di essere condannato dalle generazioni future, di essere odiato e temuto, per poter creare con la forza quello che voi, quando avevate la libertà, vi siete rifiutati di realizzare. Non piangete, perché le vostre lacrime non fanno che aumentare il mio disprezzo. E oggi, il mio disprezzo non è un sentimento di cui, come in passato, possiate ‘fregarvene’, come dicevate. Poiché io sono il vostro giudice e giuria, ed io deciderò la vostra punizione. Sarà un’esecuzione veloce? O uno spettacolo degno di un anfiteatro romano e di un rogo medievale? Vedendo le vostre lacrime da pusillanimi, penso che non ascolterò i consigli di chi mi dice che l’opinione pubblica si rivolterebbe contro di me se mostrassi troppa crudeltà. Forse è questo il momento giusto perché tutti comprendano che la musica è cambiata, e che non c’è più da scherzare. Si riparte da zero.

“Bisogna educare il popolo, instillare in esso la paura dello Stato, il terrore della violenza, la sottomissione della disciplina, perché esso capisca il valore della libertà, e si ritempri, come un tempo, dal desiderio di lottare per ottenerla. Poiché un popolo che dà per scontata la libertà, come se fosse l’aria che respira, non è degno di averla. E se lascia che essa svanisca, si merita tutto ciò che la propria apatia ha causato.”

Il Presidente fece un cenno con la mano ad uno dei suoi fedelissimi, che prontamente si avvicinò e si mise sull’attenti.

“L’esecuzione avverrà domattina alle undici,” disse a voce alta il Presidente, affinché i prigionieri sentissero con chiarezza. “Una pallottola ciascuno. Poi portateli in campagna e fateli a pezzi. Lasciate che si riposino per bene stanotte. Domani dategli una buona colazione, cosicché abbiano la presenza di mente per comprendere ciò che gli accadrà.”

Dopo aver dato gli ordini uscì dal sotterraneo.
“Cosa scrivono i giornali esteri?” chiese al suo segretario.
“Il New York Times titola: ‘In Italia torna il fascismo.’ Il Wall Street Journal scrive: ‘La fine della democrazia italiana.’ Lo Spiegel: ‘Cosa può fare l’Europa per fermare l'ascesa di Marciani?’ …”

“Va bene, va bene, ho capito …” lo interruppe il Presidente. “Me l’aspettavo. Non importa. Sono tutti un branco di ipocriti. Quando l’economia italiana crescerà ancor di più, chiuderanno la bocca. Non vedi come fanno a gara per ingraziarsi la Russia e la Cina?”



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